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il blog di Luciano Muhlbauer

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Turchia. Vince la strategia della tensione, ma la sinistra curda resiste

November 2, 2015

La sinistra curda è delusa e delusi sono tutti quelli che in Turchia e fuori dalla Turchia avevano auspicato un cambiamento in senso democratico. E la delusione è tanto più forte quanto le aspettative erano alte e, evidentemente, fuorvianti. Ma guai a farsi trascinare ora dallo scoramento, anche perché se è vero che Erdogan ha vinto, è altrettanto vero che, nonostante la massiccia repressione, non è riuscito ad espellere il partito della sinistra curda, l’Hdp, dal parlamento turco. Proviamo quindi a fare un po’ di ordine nei nostri ragionamenti.

La strategia della tensione paga

In fondo, qui in Italia dovremmo saperlo bene: la strategia della tensione non ha come obiettivo la destabilizzazione del quadro politico, bensì la sua stabilizzazione. In altre parole, l’obiettivo è ostacolare e impedire il cambiamento, costruendo consenso attorno a una domanda di ordine. Queste, allora, erano le finalità delle stragi nostrane, da piazza Fontana in poi, e queste, oggi, erano le finalità delle bombe di Dyarbakir, Suruç e Ankara e della riapertura della guerra contro il movimento curdo. E a giudicare dai risultati elettorali, anche al netto delle irregolarità e dei brogli che sicuramente ci sono stati, l’operazione di Erdogan ha funzionato.

Nelle elezioni politiche del 7 giugno scorso il partito di Erdogan, l’Akp, aveva evidenziato una significativa crisi, scendendo al 40.86% dei consensi (18,8 mln di voti), insufficienti non soltanto per riscrivere la Costituzione in senso presidenzialista, ma anche per formare un governo monocolore (l’unico governo che Erdogan concepisca). Nelle elezioni di ieri 1 novembre, invece, l’Akp ha ottenuto il 49,4% (23,7 mln di voti), che gli consegna un’ampia maggioranza assoluta in parlamento, sufficiente a formare un governo monocolore, anche se manca ancora un pugno di parlamentari per le riforme autoritarie.

Insomma, il conflitto con il Pkk e la relativa narrazione ufficiale, la sensazione di paura e insicurezza generata dagli attentati e la guerra siriana alle porte, hanno diviso e polarizzato la società turca e costruito consenso attorno al potere costituito e alla sua promessa di ordine e sicurezza. E così, l’Akp è riuscito ad aumentare l’affluenza alle urne e togliere consensi sia alla destra fascista, gli ex lupi grigi del Mhp, scesi in cinque mesi dal 16,3% (7,5 mln di voti) al 11,9% (5,7 mln di voti), sia alla sinistra curda dell’Hdp, scesa dal 13,1% (6 mln di voti) al 10,7% (5,1 mln di voti), mentre i kemalisti del Chp sono rimasti sostanzialmente fermi (24,9% e 11,5 mln di voti a giugno, 25,4% e 12,1 mln di voti ora).

La sinistra curda resiste

La delusione è fatta da due elementi: la vittoria di Erdogan e la perdita di consensi dell’Hdp del giovane leader Selahattin Demirtas. E quindi, quasi nessuno in queste ore sottolinea a sufficienza il dato che l’Hdp ha confermato la sua presenza nel parlamento turco, dove per prima volta era riuscito ad entrare nel giugno scorso, superando l’incredibile soglia di sbarramento del 10%, introdotta a suo tempo con il fine esplicito di impedire una rappresentanza curda. Non era dunque affatto scontato che l’Hdp ce la facesse anche questa volta, visto che era il bersaglio politico principale della repressione e della guerra di Erdogan di questi mesi.

Certo, aver perso consensi, probabilmente sia tra gli elettori curdi più conservatori che in settori progressisti turchi, non è una buona cosa e imporrà delle riflessioni, ma aver superato il 10% in condizioni proibitive (arresti di militanti ed eletti, devastazioni di sedi, stato d’assedio in molte città curde, libertà di stampa praticamente azzerata ecc.) e, dunque, aver resistito al tentativo del regime di espellerlo dal parlamento, non è affatto un dato marginale.

E ora?

La sfera di cristallo non ce l’ha nessuno e le prossime mosse di Erdogan non sono del tutto prevedibili (per esempio: escalation o de-escalation nella guerra con il Pkk?), ma è del tutto evidente che la Turchia esce più polarizzata da questa “campagna elettorale” e con tutti i conflitti più che mai aperti, da quello tra Stato e curdi a quello tra laicità e islamismo politico, passando per quello tra movimenti democratici e autoritarismo. E probabilmente è proprio sull’intreccio di questi conflitti che la sinistra curda (Hdp e Pkk) e turca sarà chiamata ad interrogarsi.

Per quanto riguarda noi, invece, si tratta di archiviare il più presto possibile la delusione e di riprendere/continuare l’attività solidale. Primo, perché l’Europa e il nostro governo faranno come sempre, cioè andranno a braccetto con il potere costituito ad Ankara, a maggior ragione ora che si tratta di impedire ai profughi di raggiungere il continente, e chi se ne frega della democrazia, dei diritti umani, dei curdi e tutte quelle belle cose di cui l’Europa ama riempirsi la bocca, salvo poi fare altro. Secondo, perché allo stato i movimenti curdi, dal Rojava alla Turchia, rappresentano quasi l’unica opzione politica democratica, socialmente includente e non settaria in una regione, dove altrimenti c’è soltanto l’alternativa tra la dittatura e l’oscurantismo fascistoide di Daesh.

In Internazionale Tags Turchia, Kurdistan, hdp, Akp, pkk, elezioni 1 novembre, erdogan, demirtas, rojava, ankara, dyarbakir, Suruc, strategia della tensione, curdi
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Questa volta tutto si può dire tranne che non li abbiamo visti arrivare, perché stanno arrivando un po’ dappertutto e in parte sono già arrivati. Anche le analisi sono già state fatte e, quando non sono palesemente disoneste, non fanno che ribadire che la ragione ultima vada cercata nell’abbandono delle classi popolari e nella trasformazione in pretoriani degli interessi dominanti da parte delle forze politiche tradizionali. Eppure, si insiste e si insiste ancora, dal taglio del welfare al riarmo, passando per qualche rincorsa securitaria delle destre. In Germania il governo Merz, tenuto in vita da quello che resta della socialdemocrazia, punta tutto sul riarmo e vuole costruire il “primo esercito europeo”, salvo poi rischiare di doverlo consegnare ai nuovi nazi. Un capolavoro. Ora, io non dico che sarà semplice, perché anche avendoli visti arrivare e avere belle analisi non è sufficiente, ma cristo almeno smettiamola di pensare che qualche appello antifascista e qualche ammucchiata senza bussola possa portare da qualche parte.
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Oggi il corteo palestinese di Milano ha raggiunto il Consolato Usa, perché senza la complicità del cosiddetto Occidente, in primis gli Stati Uniti, semplicemente Israele non potrebbe fare quello che sta facendo. Era così ieri ed è così oggi. Per questo è decisivo impegnarsi per la rottura di ogni collaborazione con la colonizzazione, la pulizia etnica e il genocidio.
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LA REPRESSIONE POLITICA DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP SBARCA IN ITALIA
COLLETTIVO AUTISTICI/INVENTATI SANZIONATO DAGLI USA

No, non è una fake news o uno scherzo di cattivo gusto, ma è una triste realtà dei tempi che corrono:
LA REPRESSIONE POLITICA DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP SBARCA IN ITALIA COLLETTIVO AUTISTICI/INVENTATI SANZIONATO DAGLI USA No, non è una fake news o uno scherzo di cattivo gusto, ma è una triste realtà dei tempi che corrono: la caccia agli antifa scatenata dall’amministrazione Trump è sbarcata anche in Italia, colpendo il collettivo Autistici/Inventati, sanzionato dal Dipartimento del Tesoro e dichiarato “Specially Designated Global Terrorist” dal Dipartimento di Stato. Di solito, quando gli Usa sanzionano qualcun* per motivi politici, tipo i giudici della corte penale internazionale o Francesca Albanese, l’Italia e gli altri paesi europei balbettano due banalità, ma poi non muovono nemmeno mezzo dito. Ora cosa farà il governo italiano? Si adeguerà anche stavolta al comando di Trump o avrà qualche sussulto di dignità? Già, domanda più che legittima, perché Autistici/Inventati non è un gruppo clandestino, ma una realtà del movimento attiva alla luce del sole e legalmente nella lotta per i diritti digitali sin dal 2001, l’anno di Genova. La mia completa solidarietà al Collettivo Autistici/Inventati!

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