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il blog di Luciano Muhlbauer

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Se la vergogna fosse una categoria della politica... A proposito di Rojava

October 10, 2019

Se la vergogna fosse una categoria della politica buona parte dei governanti del mondo ne sarebbe letteralmente coperta. Anche se qui nessuno coltiva illusioni e il significato della parola realpolitik è ben noto, il grado di ipocrisia, menzogna e viltà raggiunto nella vicenda dell’invasione turca del Rojava è davvero rivoltante.

Ma partiamo dai fatti, dalle cose così come stanno. L’operazione del regime turco, denominata cinicamente “Peace Spring”, è stata ampiamente annunciata e, anzi, tecnicamente già in atto da tempo. Anche senza scomodare la memoria lunga e citare la più o meno attiva collaborazione con l’Isis (Daesh) ai tempi della battaglia di Kobane (2014-2015), andrebbe però ricordata la ben più recente operazione “Ramoscello d’Ulivo”, cioè l’invasione e l’occupazione di Afrin, il cantone siriano a maggioranza curda, avvenuta all’inizio del 2018.

Peraltro, lo schema di Afrin si ripete, perché ora come allora sono impegnate sia le forze armate turche, che il cosiddetto “Esercito libero siriano”, sotto controllo operativo turco e composto in larga parte da milizie jihadiste. L’unica differenza con Afrin è che questa volta entrano in campo anche le forze dell’Isis ancora operative, che tentano di recuperare territorio e liberare le migliaia di prigionieri, compresi molti foreign fighters, attualmente in mano alle forze di difesa curde. Infatti, due giorni fa a Raqqa l’Isis ha lanciato il più grosso attacco dalla liberazione della città.

L’obiettivo finale dell’invasione turca è chiaro e pubblicamente dichiarato dal dittatore Erdogan, che è uno che non perde tempo con i selfie al Papeete, ma che i pieni poteri se li è presi davvero con il controgolpe di tre anni fa. In poche parole, si tratta di occupare una zona più o meno estesa del nord della Siria, distruggere le strutture di difesa dei curdi, cioè quelle che con un enorme tributo di sangue avevano sconfitto l’Isis, e promuovere una sorta di pulizia etnica con la cacciata o il ridimensionamento della popolazione locale, a grande maggioranza curda, e con l’insediamento al loro posto di una parte degli oltre 3 milioni di profughi di guerra siriani attualmente presenti in Turchia.

Così, Erdogan realizzerebbe più obiettivi contemporaneamente, cioè indebolire la lotta dei curdi per i loro diritti anche in Turchia, dove rappresentano circa il 20% della popolazione, liberarsi di una parte dei profughi siriani, istituire una specie di protettorato turco nel nord della Siria e, ovviamente, dopo gli scricchiolii nel suo sistema di potere (vedi la perdita di controllo sulla municipalità di Istanbul) cercare di recuperare consenso, giocandosi la carta nazionalista.

Tutte queste cose sono note e tutte queste cose sono a parole contrastate dalla cosiddetta comunità internazionale, ma poi tutti collaborano a far fare a Erdogan quello che vuole.

Trump, il più antipatico di tutti, è quello che ha dato il via libera definitivo all’invasione turca, togliendo di mezzo le sue truppe. Ma al di là dei suoi tweet, delle sparate e delle fake news, in realtà si comporta in perfetta continuità con la politica statunitense di sempre. Gli Usa hanno sempre fatto così, usano e gettano gli alleati a seconda degli interessi del momento (chiedete a Saddam). Prima hanno scelto l’appoggio ai curdi siriani perché avevano sbagliato le mosse precedenti e non avevano più interlocutori sul terreno. E poi, l’Isis era diventato un problema. Ora, eliminato l’Isis come opzione statuale, si tratta invece di ricostruire il rapporto con l’alleato turco, che nel frattempo ha iniziato a fare affari con Putin. E così, chi se ne frega dei curdi e delle loro “guerre tribali”.

Putin, l’altro che avrebbe potuto fermare Erdogan, perché la Russia controlla lo spazio aereo siriano, ha invece scelto di non farlo. Già, perché dopo il quasi scontro ai tempi dell’abbattimento del caccia russo e la frustrazione dei sogni neo-ottomani di Erdogan, la Turchia si è seduta al tavolo di Astana con Russia e Iran e, soprattutto, ha iniziato a comprare il sistema missilistico russo. E quindi, chi se ne frega dei curdi. Semmai, se Erdogan si allargasse troppo, ci penseremo dopo.

L’Europa, spesso in disaccordo su tutto in politica estera, pare invece d’accordissimo nel condannare formalmente la mossa di Erdogan, ma senza esagerare, rassicurando però nel contempo il dittatore turco che altri miliardi di euro gli arriveranno, purché tenga fermi i profughi. Già, i profughi, che stiano dove stanno e, dunque, chi se ne frega dei curdi.

E poi c’è la Nato, di cui fa parte la maggior parte dei paesi europei, insieme agli Usa e la Turchia, che con il suo segretario generale ha chiarito il concetto, esprimendo una critica che assomiglia però a un’approvazione: “Conto sul fatto che la Turchia agirà con moderazione e si assicurerà che ogni azione nel Nord della Siria è proporzionata e misurata”. Invasioni “proporzionate” e pulizie etniche “misurate” non le avevamo ancora viste…

Vi ricordate i Tg, i proclami, le immagini, gli applausi alle combattenti curde che cacciano i tagliagole, i premi e le pacche sulle spalle? Non era un secolo fa, era praticamente ieri.

Insomma, tutto questo fiume di parole non vuole essere un lamento, ma un semplice promemoria. I curdi e il progetto del confederalismo democratico, unico in quelle terre devastate da violenza, autoritarismi e settarismi, rischiano di essere travolti dalla politica criminale di Erdogan e dall’ipocrisia dei governi “che contano”, compreso il nostro.

I curdi e le curde faranno di tutto per resistere, sulla loro determinazione non c’è dubbio, ma non possono farcela da soli. Hanno bisogno della nostra solidarietà, della nostra voce e del nostro invento sui nostri governi, perché producano fatti e la smettano con questa vergognosa ipocrisia.

Il 12 ottobre è stato indicato come giornata di mobilitazione contro l’aggressione turca e in solidarietà con il Rojava.

A Milano il 12 ottobre c’è la manifestazione contro la riapertura del Cpr di via Corelli e contro i decreti sicurezza. Ci sarà anche la comunità curda di Milano e il corteo sarà caratterizzato anche in solidarietà con il Rojava e contro l’invasione turca. Appuntamento alle h. 14.30 in Piola.

Cerchiamo di esserci!


In Politica Tags milano, cpr, No Cpr, via corelli, rojava, curdi, erdogan, solidarietà, decreto Salvini, decreti sicurezza
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Oggi a Milano davanti alla stazione Centrale per la Palestina, in occasione del 59° anniversario della Naksa (“sconfitta”). La “guerra dei sei giorni”, com’è conosciuta in occidente, aveva portato all’oc
Oggi a Milano davanti alla stazione Centrale per la Palestina, in occasione del 59° anniversario della Naksa (“sconfitta”). La “guerra dei sei giorni”, com’è conosciuta in occidente, aveva portato all’occupazione militare israeliana di Gerusalemme Est, Cisgiordania, Striscia di Gaza e delle Alture del Golan (poi annesse formalmente da Israele nel 1981). Dopo la Nakba (“catastrofe”) del 1948, cioè la prima espulsione di massa dei palestinesi, la Naksa è ricordata come la seconda grande tragedia del popolo palestinese, perché oltre a una nuova espulsione di massa, avrebbe significato l’avvio sistematico della colonizzazione della Cisgiordania. Ricordare questi eventi non è un esercizio astratto, ma un promemoria concreto per non dimenticare mai che quello che accade oggi con il genocidio non è il frutto del 7 ottobre, che ha agito da mero acceleratore, o della mente criminale di qualche individuo, tipo Ben Gvir o Netanyahu, ma l’esito di un progetto coloniale che viene da lontano e che è stato reso possibile dall’ipocrisia e dalle complicità internazionali.
Un migliaio in piazza a Milano oggi in occasione dello sciopero generale del sindacalismo di base, contro guerra e precarietà, per la Palestina e per aumenti salariali. Forte la richiesta di cessazione immediata di ogni complicità con I
Un migliaio in piazza a Milano oggi in occasione dello sciopero generale del sindacalismo di base, contro guerra e precarietà, per la Palestina e per aumenti salariali. Forte la richiesta di cessazione immediata di ogni complicità con Israele
🇨🇺 CUBA NO ESTÁ SOLA 
📍Milano Largo Donegani
📅 Giovedì 28 maggio h. 17.30 

Qui l’appello che promuove la mobilitazione:

CUBA PER LA PACE
CONTRO LE AGGRESSIONI MILITARI USA
Giovedì 28 maggio dalle ore 17.30
mobilitazio
🇨🇺 CUBA NO ESTÁ SOLA 📍Milano Largo Donegani 📅 Giovedì 28 maggio h. 17.30 Qui l’appello che promuove la mobilitazione: CUBA PER LA PACE CONTRO LE AGGRESSIONI MILITARI USA Giovedì 28 maggio dalle ore 17.30 mobilitazione a Milano Consolato degli Stati Uniti (Turati M3) Decine di organizzazioni, partiti, associazioni e sindacati si sono riuniti per rispondere alle minacce di aggressione contro Cuba. Crediamo sia urgente una mobilitazione unitaria al fianco del popolo cubano. Chiediamo a tutte le forze progressiste, democratiche, antifasciste, pacifiste e solidali di unirsi in un ampio fronte contro ogni tipo di aggressione a Cuba. Chiediamo la fine del blocco, che è a tutti gli effetti una punizione collettiva e unilaterale contro un Paese pacifico che ha esportato solo solidarietà e non rappresenta una minaccia per nessun altro Paese. Invitiamo per giovedì 28 maggio, in concomitanza con la manifestazione a Roma che si concluderà sotto l’Ambasciata Usa, a costruire un momento di mobilitazione unitaria anche a Milano sotto il Consolato degli Stati Uniti. CUBA NO ESTÁ SOLA! 🇨🇺
Con la Palestina e la sua resistenza, contro i criminali e i loro complici, sempre ✊
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Con il sole o con la pioggia, sempre Palestina libera e contro ogni complicità con i crimini di Israele
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