Il nuovo ordine avanza e dopo Gaza, dove peraltro il genocidio prosegue a bassa intensità dietro la maschera del finto cessate il fuoco, ora tocca al popolo curdo e all’esperienza rivoluzionaria del Rojava. L’offensiva militare del regime dell’ex qaedista Al Sharaa, coordinata con la Turchia di Erdogan e approvata dagli Stati Uniti, era partita dai quartieri curdi di Aleppo ed è rapidamente avanzata fino praticamente alle porte di Kobane.
In questo momento è in vigore un precario cessate il fuoco di quattro giorni, ma l’obiettivo dell’offensiva è dichiarato chiaramente, cioè la smobilitazione delle forze curde e la cancellazione dell’esperienza del confederalismo democratico. Dall’altra parte l’inviato statunitense, Tom Barrack, l’ha detto senza troppi giri di parole: “c'è un cambiamento fondamentale, Damasco è oggi il nostro partner nella lotta al terrorismo” e il ruolo delle forze curde è “in gran parte venuto meno”. Insomma, non servono più.
Palestina e Kurdistan sono storie diverse, eppure c’è qualcosa che li unisce nel profondo, al di là delle contingenze. Ambedue sono popoli a cui è negata l’autodeterminazione e che sono minacciati nella loro esistenza, tutti e due sono stati costretti nella loro storia a trovare “amici” dove si trovavano, salvo poi essere regolarmente abbondati e venduti e, infine, le loro lotte sono state sempre ispirazione ed esempio per i movimenti e i progressisti di mezzo mondo.
E un’altra cosa unisce oggi i loro destini, perché tutti è due sono considerati prescindibili e sacrificabili nel nuovo ordine imperiale, basato sulla mera forza e sull’assenza, ormai anche formale, di regole e principi. Da questo punto di vista il genocidio di Gaza è stato senz’altro un atto costituente, perché è stato (ed è) possibile soltanto grazie alla complicità, passiva o attiva, di una molteplicità di Stati, a partire dagli Stati Uniti e da quei paesi europei ex autoproclamati difensori dei diritti umani.
Si ripresenta così una vecchia verità, cioè gli unici amici dei popoli in lotta sono gli altri popoli e non qualche campo, reale o immaginario che sia. È così per la Palestina, dove le uniche voci chiare contro il genocidio sono state e sono quelle delle persone e dei movimenti scesi in piazza, il più delle volte nell’ostilità dei governi, ed è così anche per il Rojava e per il popolo curdo in generale. E, in fondo, è così anche per noi stessi.
Ecco perché va raccolto, con urgenza e forza, l’appello di mobilitarsi a sostegno della resistenza che viene oggi dal Rojava.
Pubblicato su Milano in Movimento il 21 gennaio 2026
